Quando la Parola ci precede e ci unisce

by Maria

Venerdì 23 gennaio, nell’ambito della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, si è svolto a Mottola (Taranto), presso la locale chiesa evangelica battista, un incontro di presentazione della Traduzione Letteraria Ecumenica del Nuovo Testamento. La serata è stata introdotta da Don Antonio Favale, delegato per l’ecumenismo e il dialogo della diocesi di Castellaneta e docente di Antico Testamento alla facoltà teologica pugliese di Molfetta; relatori il pastore Luca Maria Negro, segretario generale della SBI, e Don Marino D’Amore, uno dei traduttori del Nuovo Testamento TLE. Sono inoltre intervenuti il vescovo di Castellaneta, monsignor Sabino Iannuzzi, il pastore battista di Mottola, Dario Monaco, e il preside della facoltà teologica pugliese, Don Vito Mignozzi. Di seguito riportiamo la cronaca della serata che monsignor Iannuzzi ha fatto sulla sua pagina Facebook:

A margine dell’incontro «Tradurre non è sempre “tradire”», presentazione della TLE (Traduzione letteraria ecumenica del Nuovo Testamento) – Mottola, 23 gennaio 2026.

Ci sono momenti in cui si avverte con chiarezza che la Chiesa non sta semplicemente “organizzando un incontro”, ma sta vivendo qualcosa di vero. La serata di Mottola, nel tempo prezioso della Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani, è stata per me uno di questi momenti. Non perché tutto fosse perfetto, ma perché tutto era essenziale.
Entrando nella Chiesa Evangelica Battista di Mottola ho avuto la percezione di varcare una soglia che non separa, ma apre. L’accoglienza semplice e fraterna del pastore Dario Monaco non era un gesto di cortesia istituzionale: era il segno concreto di una fiducia possibile, di una casa che non teme di ospitare l’altro. In quel gesto ho colto già un Vangelo vissuto.
La Parola di Dio, quando è davvero al centro, ha questa forza: non chiede permessi, non difende confini, non legittima schieramenti. Ci precede. E proprio per questo ci mette in cammino.
Le parole introduttive di don Antonio Favale, Direttore dell’Ufficio diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso e Moderatore della serata, hanno subito indicato il cuore dell’incontro. Ricordare che «l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» non significa colpevolizzare, ma risvegliare. È come dire: attenzione, senza la Parola rischiamo di parlare di Dio senza ascoltarlo più. E senza ascolto non c’è relazione, né con Dio né tra di noi.
Ho sentito risuonare, lungo tutta la serata, una domanda antica e sempre nuova: “Capisci quello che stai leggendo?”. La domanda di Filippo all’eunuco etiope non è una verifica di competenza, ma un atto di cura. È la domanda di chi sa che la Scrittura, se non è accompagnata, può restare muta; e che, se è accompagnata male, può persino ferire.
È qui che la questione della traduzione ha mostrato il suo volto più vero. Non come esercizio tecnico, ma come gesto ecclesiale. Tradurre significa assumersi la responsabilità di far incontrare la Parola e la vita, senza tradire né l’una né l’altra.
Ascoltando il pastore Luca Maria Negro, Segretario generale della Società Biblica in Italia, ho avvertito quanto il cammino della Bibbia in Italia sia stato, e continui a essere, un cammino faticoso, segnato da diffidenze, paure, chiusure reciproche. Eppure, proprio per questo, il progetto della Traduzione Letteraria Ecumenica del Nuovo Testamento mi è apparso per quello che è: un atto di speranza ecclesiale. Diciotto Chiese che si mettono insieme non per annullarsi, ma per servire la Parola. Non per dire “abbiamo la stessa idea”, ma per confessare: abbiamo lo stesso Signore.
Le parole di don Marino D’Amore, presbitero della Diocesi di Taranto e uno dei traduttori del testo, hanno poi portato la riflessione in un luogo ancora più intimo. Tradurre perché Dio desidera farsi capire. Questa affermazione, così semplice, è in realtà vertiginosa. Dice un Dio che non si protegge dietro il mistero, ma si espone nella fragilità delle lingue umane. Un Dio che accetta di essere “tradotto”, pur sapendo di poter essere frainteso.
Quando si è parlato di parole come ἔθνη ed εὐαγγέλιον, ho percepito con chiarezza che ogni scelta di traduzione è una scelta di giustizia. Dare alle parole il loro peso, la loro tensione originaria, la loro urgenza, significa rispettare l’intenzione di chi ha scritto e, insieme, la dignità di chi leggerà. È un lavoro umile, paziente, mai concluso. Proprio come il cammino dell’unità.
Negli interventi finali ho colto un desiderio condiviso: tornare alla Scrittura non per usarla, ma per lasciarsi usare da essa; non per confermare le proprie idee, ma per essere convertiti. È forse questo il rischio più grande per tutti noi: mettere davanti alla Parola le nostre interpretazioni, anche quando sono pie, anche quando sono benintenzionate.
Nel saluto conclusivo che ho rivolto, ho sentito il bisogno di ringraziare non solo per ciò che era stato detto, ma per come era stato detto: con rispetto, con ascolto, con quella sobrietà che nasce quando si è consapevoli di trovarsi su un terreno sacro. Ho espresso il desiderio che questo stile non resti un episodio, ma diventi un metodo; non un’eccezione, ma una strada.
In un tempo in cui le parole dividono, in questa sera a Mottola la Parola ha unito. E mi sono detto che forse l’unità dei cristiani non nascerà da grandi dichiarazioni, ma da serate come questa: cristiani diversi, seduti insieme davanti allo stesso testo, disposti a lasciarsi guidare.
Perché, in fondo, l’unità comincia sempre così: quando accettiamo di non capire tutto da soli e chiediamo, con umiltà, che qualcuno ci accompagni.

Related Posts

Leave a Comment